Nell’articolo "A New Codex" pubblicato su Agenda Digitale, Emanuele Petrilli riflette sul rapporto tra intelligenza artificiale e qualità della produzione normativa, muovendo dal principio di Dieter Rams "weniger, aber besser" ("meno, ma meglio"), inteso non come impoverimento delle forme, ma come disciplina di ricerca della qualità.
Lo Stato moderno ha prodotto una crescita continua di norme, fenomeno particolarmente accentuato in Italia e in Europa a causa della stratificazione tra livello nazionale e sovranazionale e della proliferazione di regolamenti, decreti attuativi, linee guida, circolari, prassi, FAQ e discipline settoriali. Pur riconoscendo che una società complessa richieda regole sofisticate, tale complessità non può diventare l'alibi della complessità normativa, trasformando l'ordinamento stesso in un fenomeno difficile da governare, a scapito di quello che è un principio cardine di qualunque sistema giuridico: la certezza del diritto. Questa ipertrofia normativa grava su imprese e cittadini e induce nelle professioni giuridiche una specializzazione talmente verticale da compromettere la capacità di visione d'insieme.
In questo scenario l'intelligenza artificiale si presenta come strumento capace di abbassare le barriere di accesso alla conoscenza, aiutando cittadini, imprese, amministrazioni e professionisti a comprendere obblighi, procedure e rischi regolatori, riducendo così le asimmetrie informative. Ma se l'AI diventa lo strumento che consente di supportare qualsiasi livello di complessità, essa rischia di legittimare quella stessa complessità non necessaria, indebolendo l'incentivo politico e istituzionale a scrivere norme comprensibili. Il timore è che l'AI possa rendere accettabile un diritto che gli esseri umani non riescono più a comprendere senza l'AI, con il legislatore ridotto a "programmatore della società civile" secondo una logica if/then stratificata per patch successive, senza una riprogettazione complessiva dell'architettura del sistema.
Petrilli ci ricorda che il diritto è linguaggio pubblico ed esercizio collettivo di logica, misura e responsabilità, e che un diritto navigabile solo tramite sistemi artificiali indebolirebbe il rapporto tra cittadino e norma. Sottolinea inoltre che il ruolo dei giuristi cambierà: automatizzate le attività ripetitive, il valore si sposterà dalla capacità di trovare la norma a quella di formulare la giusta domanda, valutare la risposta, coglierne i limiti e assumersi la responsabilità del giudizio. Una differenza non tecnologica ma culturale.
La tesi proposta dall’Avv. Petrilli è che l'AI possa essere impiegata non solo "a valle", per interpretare norme già scritte, ma "a monte", per misurare la qualità endogena della legge, rendendo visibile la complessità e quindi contribuendo a ridurla. È necessario dotarsi di un diritto più “leggero” perché più progettato, più chiaro, fondato su principi robusti anziché sulla proliferazione di casi particolari. Nel suo Mass Flourishing, il compianto premio Nobel Edmund Phelps collega ad esempio la capacità di innovazione di una società a un contesto istituzionale che consenta di sperimentare senza eccessiva paura di fallire. L'Europa, costruita sulla forza regolatoria, rischia la contraddizione di voler guidare l'innovazione con la norma producendo però un ambiente in cui l'innovazione fatica a respirare. La risposta non è certo nella deregolamentazione by design ma nemmeno nel continuo aumento della complessità confidando nella tecnologia.
La proposta conclusiva è un New Codex: nuove leggi il cui primo obiettivo sia la leggibilità. Norme comprensibili, applicabili e criticabili da persone reali, un diritto che l'AI possa aiutare a interpretare ma che riesca comunque a fare a meno dell'AI. L'intelligenza artificiale andrebbe allora usata non come "anestetico" per rendere sopportabile l'insostenibile, ma come strumento per capire meglio dove il sistema si sia bloccato.
La sfida finale non è costruire macchine capaci di comprendere norme che gli uomini non comprendono più ma usare tali macchine per ricordare al legislatore che il diritto, prima di essere computabile, deve restare intelligibile e, oggi ancor più, umano.
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